venerdì 10 febbraio 2012

GRANDE OLBIA, GRANDE GIOVANNELLI!

Per fortuna, la tenacia e la consapevolezza di una Amministrazione Comunale compatta, coerente e competente - una delle poche nell'isola a conoscere il contenuto del Progetto GALSI, con le disastrose implicazioni negative che ne derivano per il territorio e la collettività - ci sostiene e ci sprona a perseverare nella lotta contro questo inutile e dannoso ecomostro per dimostrare le fondate ragioni della nostra ferma opposizione.

Giovannelli ripete il no alla stazione Galsi.

La Nuova Sardegna del 10.02.2012
«Non c’è spazio per il dialogo perché noi siamo comunque contrari a quell’opera» Fedele Sanciu più ottimista: «Ancora possibile riuscire a trovare una soluzione» OLBIA. Galsi apre al dialogo a proposito del posizionamento della stazione di pompaggio che dovrà sparare il metano dalla Sardegna alla Penisola. Ma la risposta di Gianni Giovannelli è secca e non lascia spazio ad alcun dubbio: sul tema noi non trattiamo. Il sindaco, rappresentando il parere di tutto il consiglio comunale va avanti deciso: la stazione Galsi la città non la vuole, punto e basta. Più conciliante appare la posizione del presidente della Provincia Fedele Sanciu, che pensa che un accordo, che soddisfi tutti, alla fine si possa comunque trovare. Galsi, secondo quanto dichiarato due giorni fa al nostro giornale da Sara Milanesi, portavoce della società, sarebbe «pronta a discutere con la comunità olbiese per trovare un accordo. Siamo convinti che un dialogo sia ancora possibile e una soluzione possa essere raggiunta». Toni soft e concilianti, che però non smuovono il sindaco di Olbia dalla sua granitica certezza. «Siamo contrari comunque al posizionamento nel territorio comunale della stazione Galsi. Le soluzioni prospettate sono del resto improponibili. Vena Fiorita o le Saline. In ogni caso si metterebbe a repentaglio un ecosistema importante per il futuro della nostra comunità». Giovannelli va avanti, del resto il sindaco si sente ben spalleggiato. «Ci sono due fattori che vanno considerati - sottolinea -. C’è la contrarietà dell’intero consiglio comunale che ha votato unanimemente una mozione che boccia la stazione Galsi. E poi c’è la palese contrarietà della gente olbiese. E’ chiaro che il compito del primo cittadino è quello di tener di buon conto quello che dice la gente». Il futuro, dopo la conferenza di servizi svoltasi a Roma, sembra segnato. In quell’occasione c’è stato il via libera della maggior parte dei soggetti presenti. «Per la verità - ricorda Giovannelli -, alla conferenza di servizi mancavano molti soggetti. E comunque noi abbiamo la certezza di poter far valere i nostri diritti». In che modo? In effetti, da quanto è dato di sapere al sindaco, non ci sono in programma appuntamenti in cui poter riprendere il dialogo. «Galsi non ci ha fatto più sapere nulla - dice ancora Giovannelli - e questa ventilata apertura, invece di essere stata comunicata all’amministrazione comunale viene divulgata direttamente per mezzo stampa». Il Comune ha ricevuto, però, una ricca documentazione contenente anche le prescrizioni relative all’opera. «Stiamo esaminando con attenzione il dossier - rivela ancora Giovannelli - per poi far valere le nostre controdeduzioni. State certi che il comune di Olbia ha ancora diverse carte da giocare, per impedire che la stazione Galsi venga posizionata nel nostro territorio». Sanciu spera invece che il dialogo possa aprire uno spiraglio. «Alla fine della conferenza di servizi di Roma - ricorda il presidente della provincia - ci siamo lasciati con i dirigenti Galsi con una promessa: ritrovarci al più presto e trovare una soluzione condivisa. Loro hanno tutte le autorizzazioni, ma non si può certo andare contro la volontà della gente». Dunque Sanciu aspetta che Galsi si faccia avanti. «Attendiamo tutti che la società ci dica che cosa si può fare. Ma se loro non si faranno sentire presto, sarò io a cercare al più presto un nuovo confronto».

LO SAPEVATE CHE...?

Ciò che viene descritto nel commento che riportiamo qui di seguito è da non credere ma purtroppo è la triste e cruda realtà. La Regione Sardegna nega l’Autorizzazione alla costruzione dell’impianto di seguito descritto per motivi legati alla Valutazione di Impatto Ambientale. Ad una zona ed un territorio già ampiamente compromessi a causa di infrastrutture industriali e inquinamento diffuso, si nega la auspicabile “conversione” per motivi di natura ambientale. Ossia, la nuova struttura destinata a vedere la luce in quel sito contrasterebbe con la bellezza dei luoghi, minandone appunto la tutela e la conservazione. Per il gasdotto GALSI, invece, che sventra e danneggia tutto il territorio isolano - comprese le svariate incomparabili economie racchiuse al suo interno, impoverendo e distruggendo in modo irreversibile tutto ciò che incontra - non si è riscontrato nessun problema del genere. Anzi, le autorevoli dichiarazioni e rassicurazioni rilasciate dai soliti noti: Cherchi, Pili e Potì di Galsi, ci devono bastare per dormire sonni beati.
Stiamo dunque tranquilli. Noi Sardi non abbiamo niente di che preoccuparci, siamo davvero in buone mani!
Pubblichiamo volentieri l'interessantissimo commento al nostro precedente post.
Per fortuna che ogni tanto ci sono buone notizie come questa!!! ^_^
Il punto è che proprio la Regione, il massimo organo legislativo ed istituzionale che dovrebbe- il condizionale è d'obbligo- tutelare i Sardi e programmare il futuro con lungimiranza, ha invece dato un colpo potenzialmente mortale alle possibilità industriali, occupazionali ed economiche della Sardegna, che in prospettiva potrebbero- peraltro- aprire la strada all'autodeterminazione politica. Il colpo è stato inferto nel più assoluto silenzio con la complicità voluta del sistema dell'informazione sarda, che ha occultato tanto la notizia quanto ancor di più le gravissime implicazioni che comporta. La decisione a cui faccio riferimento è quella di fermare il Progetto CRS-4 voluto dalla precedente amministrazione Soru che prevedeva, all'interno delle Zone Industriali dismesse, la creazione di centrali solari termodinamiche, che sono il sistema più avanzato e produttivo al mondo nel campo delle Energie Rinnovabili, capaci di cambiare drasticamente lo scenario dell'approvvigionamento e della produzione energetica dell'Isola, e di abbatterne il costo. Tale progetto, deriva da un'idea di Carlo Rubbia, Nobel italiano per la Fisica, e consiste in impianti costituiti da una torre centrale sulla quale convergono i raggi solari riflessi da diverse decine di grandi specchi- un'idea derivata direttamente da Archimede- che seguono il movimento del Sole nel cielo comandati dai computer. Ebbene, la caratteristica di tali impianti, oltre ad essere totalmente green, e a fornire energia a costo quasi pari a ZERO, a differenza della tecnologia fotovoltaica è in grado di produrre energia anche di notte e fino a diversi giorni senza irraggiamento solare. Capite dunque che, data la rilevanza tecnologica ed i grandi vantaggi e le capacità di questo progetto, un sistema del genere a supporto del comparto industriale sardo sarebbe stato un formidabile strumento di riduzione del prezzo dell'energia, e un potente volano per la nostra Economia. La firma che decretava lo stop è stata apposta il 23 Dic. 2011, il giorno prima della vigilia di Natale, tra lo stupore e l'incredulità degli scienziati come il Prof. D'aguanno, a capo del progetto e illustre collaboratore di Rubbia, il quale evidenziava l'assoluta inconsistenza delle motivazioni della Regione che avevano portato a tale drammatica decisione. Credo che a tutti sia chiara l'importanza di questa decisione e quanto essa sia gravida di implicazioni che aprono- invece- la strada al GALSI, o magari al Pozzo Eleonora, altro scempio ordito questa volta dai Moratti e la Saras. Tutto ciò, secondo me, con il chiaro intento da parte della Giunta Regionale di portare avanti politiche, e scelte, che ci mantengano sempre soggiogati, piuttosto che avvicinarci ad un'indipendenza economica, prima di qualunque altra.

Vi prego, condividete. Solo la Conoscenza ci renderà liberi.

 Per aperne di +:

giovedì 9 febbraio 2012

IL PROGETTO GALSI A RISCHIO: TROPPI PROBLEMI ECONOMICI E TECNICI

“Problemi economici e tecnici bloccano la costruzione del gasdotto GALSI, destinato a collegare l'Algeria all'Italia attraverso il passaggio in Sardegna”. E’ quanto affermato dal  Ministro algerino dell'Energia e delle Miniere, Youcef Yousfi, e contenuto nel lancio  dell’agenzia giornalistica tedesca Reuters. L’esponente del Governo ha evidenziato gli ulteriori gravissimi ritardi che di conseguenza graveranno sulla tabella  di marcia prevista per il progetto Galsi. I partner della S.p.A. attendono l’esito delle verifiche sulle condizioni tecniche ed economiche necessarie, nonché su quelle riguardanti le autorizzazioni da parte delle autorità italiane.Tuttavia, le autorità algerine non specificano  quali siano i problemi tecnici e economici che, sin dall’inizio, hanno  ostacolato questa discutibile opera, tanto acclamata in Sardegna dalla maggior parte di  politici e amministratori, quanto fortemente contrastata dalla società  civile.
Senza azzardare ipotesi avventate, i motivi tecnici e economici alla base dell’insuccesso del progetto ci vengono già da diverso tempo confermati sia dagli stessi algerini, che dalla Commissione europea e dagli esperti internazionali sul mercato del gas. Dal punto di vista economico è ormai risaputo che il prezzo attuale del gas sul mercato non rende conveniente nessun investimento nel settore. A ciò si aggiunge la forte dipendenza del sistema economico algerino dai propri giacimenti di gas che, stando così le cose, rischiano di esaurirsi nel giro di circa 15 anni. Ciò crea peraltro gravi problemi circa la possibilità, per l’Algeria, di soddisfare gli impegni internazionali di fornitura di gas che ha assunto sinora. Sotto il profilo tecnico, sin da subito si è compreso che si trattava di un’opera estremamente ambiziosa (si tratta del progetto di gasdotto più profondo del mondo) quanto impattante (prevede di tranciare in due una delle isole più grandi del Mediterraneo). Un progetto non solo inutile ma nato male che, fortunatamente, si avvia verso un inesorabile declino. Si sta infatti concludendo una difficile esperienza, durante la quale la nostra Isola ha corso il rischio gravissimo di far dipendere il proprio sistema energetico da una ulteriore e odiosa servitù, fondata su un'infrastruttura inutile, dannosa e inaffidabile. Spetta ora alla Sardegna impegnarsi a fondo al fine di rivedere e prendere in mano le redini del sistema energetico regionale, da troppo tempo in mano a persone incapaci ed a speculatori senza scrupoli. 
Non farebbe male se la stessa Regione, latitante al riguardo sia tecnicamente che politicamente, battesse un colpo e iniziasse a considerare gli interessi dell'Isola e non solo quelli delle multinazionali.

Algeria sees problems with pipeline to Italy-paper
Mon Feb 6, 2012 12:29pm GMT

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ALGIERS Feb 6 (Reuters) - Economic and technical problems are blocking the construction of a new gas pipeline that would link Algeria to Italy, Algeria's energy minister was quoted by a newspaper as saying, raising doubts the project will come on stream on schedule.
Italy, struggling to diversify its gas supplies to meet growing domestic demand, depends on imports for 90 percent of its natural gas. Algeria provides it with around 35 percent of its imported gas through an existing pipeline that passed through Tunisia.
The 8 billion cubic metre Galsi pipeline, which was planned to pump gas directly from Algeria to Sardinia and was scheduled for start-up in 2014, was intended to make Italy's supplies more secure.
"With regard to the Galsi project, the partners are waiting for technical and economic conditions to be present and also to obtain administrative authorisation in Italy to go ahead with the project," El Khabar newspaper quoted Energy and Mines Minister Youcef Yousfi as saying on Monday.
The minister did not give details of the problems blocking the project, whose partners include Algerian state energy firm Sonatrach and Italian utilities Edison, Enel and Hera.
The Galsi project has already faced delays because of concerns about the route and hold-ups in obtaining approvals from the Italian government and local authorities.
Yousfi's interview is the first time, however, that a senior Algerian official has raised the issue of "economic conditions" for the project, suggesting that there may now be question marks about its viability.
Italy's reliance on Algerian gas was underlined at the weekend, when energy giant Eni said it was importing more gas from Algeria to offset a fall in Russian supplies caused by the cold weather in Europe. (Reporting By Hamid Ould Ahmed, editing by Jane Baird)

martedì 7 febbraio 2012

HOW TO START A REVOLUTION

IL PIANO B DI SARKOZY


Cagliari – Portotorres – Ajaccio – Bastia - Toscana.
Sarebbe questo il nuovo probabile percorso del gasdotto GALSI. I francesi, ormai padroni del sistema energetico italiano, pare abbiano deciso per noi: il gasdotto si farà, ma con un altro percorso che vede coinvolta anche la Corsica.
Il “tubone”, destinato al trasporto unidirezionale del gas dall’Algeria verso l’Italia, non approderebbe più - come stabilito nel testo che ha superato la VIA nel 2011 - in località San Giovanni Suergiu, certamente anche a causa dell’inevitabile devastante impatto ambientale, bensì a Cagliari, e con tutta probabilità nella zona attigua alla SARAS, precedentemente scartata perché ritenuta troppo pericolosa.
Esso striscerà probabilmente lungo il percorso della 131 e, evitando accuratamente Olbia (considerato il NO SECCO ESPRESSO ALL’UNANIMITA’ dall’Amministrazione Comunale, e ribadito in occasione della Conferenza di Servizi svoltasi a Roma lo scorso 22 dicembre 2011), giungerebbe a Portotorres, dove pochi giorni fa i lungimiranti amministratori locali hanno spontaneamente manifestato la loro disponibilità ad infliggere - tramite l’autorizzazione al gasdotto GALSI -  il colpo di grazia definitivo sul loro territorio già abbondantemente martoriato. Tutto ciò, ovviamente, senza sentire l'opinione di nessuno, tantomeno preoccuparsi di informare la popolazione interessata.
Da Portotorres, infine, il tubo riprenderebbe il mare per  la Corsica. Pare sia di imminente diffusione ai mass-media il nuovo Piano francese, in procinto di essere annunciato in pompa magna direttamente dal Presidente Nicholas Sarkozy.
A quanto pare corriamo il rischio che il “fantasma gasdottiano” aleggi sull’isola e sui sardi ancora per lungo tempo! Cambiare il tracciato significa infatti rifare il progetto e ripetere le procedure autorizzative alle quali è sottoposto, e nonostante le corsie preferenziali sulle quali viaggia  - capaci di scavalcare allegramente le leggi applicabili -  ci vorranno ancora parecchi anni per portarlo a termine.
Intanto, l’eventuale messa in gas continuerà a slittare e gli amministratori di GALSI continueranno a studiare nuove ipotetiche varianti alternative senza fine. E il costo di tutto questo? Chi paga?   Nel frattempo si consuma la fase di transizione verso le rinnovabili, che giustificava l’utilizzo del metano, e la disponibilità di gas proveniente dall’Algeria continua inesorabilmente a diminuire: al prezzo attuale ne disponiamo per meno di 14 anni!





* Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha avviato un anno fa i negoziati con Galsi per il collegamento della Corsica al gasdotto dall’Algeria all’Italia. L'agenzia energetica francese Edf, sta peraltro lavorando da tempo a un “piano C”, nel caso in cui non dovesse essere realizzata la bretella che collegherà il gasdotto Galsi alla Corsica. Lo ha rivelato a Bastia il numero uno del gruppo d’Oltralpe, Henri Proglio, precisando che Edf sta già lavorando ad eventuali alternative, in particolare alla realizzazione di un terminale di rigassificazione Gnl per l’approvvigionamento delle centrali di Lucciana e Vazziu. Un’altra opzione potrebbe essere l’alimentazione di Lucciana a o.c. a bassissimo tenore di zolfo.




NON SIAMO SOLI, CI SONO ANCHE I NO TAP

NO TAP: il Salento insorge contro il gasdotto Trans Adriatico

di Guido Grassadonio
Non saranno tanti e ben organizzati come i No TAV, ma i No TAP sembrano altrettanto decisi a portare avanti la loro lotta. L’obiettivo è fermare la costruzione di un gasdotto che unisca Albania e Salento, il “faraonico” Trans Adriatic Pipeline.
Si tratta di una grande opera pensata per fare arrivare in Italia il gas proveniente dalle regioni caspiche. Peccato che di mezzo ci sia uno dei territori più belli d’Italia, che rischia di essere sconvolto dai lavori necessari alla costruzione del gasdotto. Già oggi, durante le fasi preliminari dei sondaggi, una piattaforma marina fa “brutta” mostra di sé deturpando il paesaggio, mentre il divieto di pesca è stato imposto su un’area marina molto vasta.
Come in Val di Susa un territorio è insorto contro la violenza di una grande opera pensata senza tenere conto dei bisogni e delle necessità locali, così in Salento ci si organizza similmente. Per ora attraverso Facebook, con più di mille adesioni in poche ore. Ma anche, meno virtualmente, con il costituirsi del comitato NO TAP, che minaccia fin da ora di scendere in piazza per manifestare il proprio mal contento contro l’improba possibilità di perpetrare un altro inutile e gigantesco scempio ambientale che andrebbe a compromettere territorio, paesaggio e salute e incolumità dei cittadini, derivante dalla realizzazione della Trans Adriatic Pipeline, il faraonico gasdotto che prevede di portare il gas dal Mar Caspio sino all’Italia meridionale.

Il Comitato nasce dall’unione di diverse organizzazioni ambientaliste e associazioni attive nel territorio. Dopo la lotta contro le trivellazioni in cerca di petrolio nei pressi delle isole Tremiti, il territorio pugliese si conferma territorio di conquista per speculazioni ambientali, ma anche luogo capace di reagire in difesa delle proprie bellezze naturali. Vi terremo aggiornati sugli sviluppi di questa storia.
Fonti: MediterranewsEticamente
Leggi tutto: http://www.greenstyle.it/no-tap-il-salento-insorge-contro-il-gasdotto-trans-adriatico-7459.html#ixzz1liNqW8yl






SCHIAVI DI GASDOTTI

Pochi Paesi controllano il flusso di gas e impediscono di aumentare l'import. Il record dei consumi evidenzia le debolezze della nostra politica energetica "assente". Questa è la realtà dell'Italia.

FORNITURE NELLE MANI DEGLI STRANIERI COSI' IL METANO NON CI DA' UNA MANO - Da "LA REPUBBLICA" di martedì 7 febbraio 2012 -
E lo stop ai rigassificatori aumenta la dipendenza (di Luca Pagni)
Un`emergenza figlia del grande freddo in arrivo dall`Artico. Ma anche dalle scelte di politica energetica del nostro paese degli ultimi anni. Per esempio, l`aver privilegiato il gas come combustibile "principe" e solo i tubi come strumento per portarlo ai nostri confini e nelle nostre abitazioni. Per questo, non possiamo aumentare le importazioni via nave e lo paghiamo più della media Ue e per questo il governo vuole separare Eni dalle sue infrastrutture, per aumentare la concorrenza. E anche per questo, oggi rischiamo di battere il record storico di due anni fa, il 17 dicembre con 459 milioni di metri cubi di gas consumato Ieri ci siamo fermati a quota 452.
LE IMPORTAZIONI - Non ci sono combustibili alternativi per il 90 per cento arriva dall`estero L`ITALIA è gas dipendente. E non solo per riscaldare case ed abitazioni. Degli 80 miliardi di metri cubi all`anno, solo 31 miliardi vanno per i consumi delle famiglie e del terziario (uffici, sia pubblici che privati). Tutto il resto se lo dividono in particolare l`industria (altri 14 miliardi) e, soprattutto, le grandi centrali termoelettriche che bruciano ogni stagione 29 miliardi di metri cubi: oltre due terzi del nostro fabbisogno energetico è coperto dal gas.
Per oltre il 90% deriva da importazioni, visto che le riserve in Italia sono in calo: nel 2002 erano 226 miliardi, ora sono meno di 65 miliardi.
MALTEMPO - Freddo polare da Mosca ad Algeri Gazprom ora chiude i rubinetti. Alla dipendenza dal gas si associa il fatto che l`Italia è legata, soprattutto, da un pugno di paesi fornitori di materia prima. L`Algeria, in primis, che soddisfa il 37,1% del fabbisogni e che in questi giorni sta sperimentando gli effetti del maltempo. Ma notevole è anche l`apporto della Russia (pari a129,9%). Gazprom, società controllata dal Cremlino ha dovuto dirottare parte del suo gas nei paesi dell`Est Europeo (dove controlla in alcuni casi i 1100 per cento delle importazioni) per compensare la domanda esplosa a causa delle temperature record, arrivate sotto i 30 gradi. E non solo in Russia e Ucraina: dalla Bulgaria alla Slovacchia negli ultimi giorni il termometro ha toccato minimi che non si registravano da un secolo.
LE RISERVE SONO STATE POTENZIATE MA SERVE PIÙ CONCORRENZA - Le riserve di gas a cui si attinge in questi giorni per far fronte al picco della domanda in gergo tecnico si chiamano ano stoccaggi. Si tratta, per lo più di ex giacimenti esausti che vengono riempiti di metano. Le riserve, normalmente, sono pari a 15 miliardi e le infrastrutture dopo il grande gelo di cinque anni fa sono state potenziate. Ma sono di fatto in regime di monopolio: per oltre il 95% appartengono a Eni, attraverso la controllata Snam. È uno dei motivi che hanno spinto il governo a varare la separazione tra Eni e le sue infrastrutture, per favorire la concorrenza e anche gli investimenti, a cominciare dagli stoccaggi.
GASDOTTI - Tutto passa attraverso i tubi non possiamo contrattare sconti IL GAS arriva in Italia per una strada obbligata: attraverso i tubi. L`85-90 per cento degli 80 miliardi di metri cubi annui viaggia attraverso i gasdotti che arrivano dalla steppa gelata dellaRussia, dal mare del Nord o dal deserto di Libia e Algeria. Solo un 10-15 per cento viene coperto dai due rigassificatori di La Spezia e di Rovigo, che possono essere riforniti via nave. In questo modo, l`Italia è di fatto obbligata a rifornirsi dai paesi collegati attraverso i tubi e non può comprare gas sul mercato "libero" per i momenti di picco della domanda come quello che stiamo vivendo in questi giorni.
LA RECESSIONE - Fermi gli investimenti sugli impianti adesso la bolletta diventa più cara. Per diminuire la dipendenza dal gas che arriva attraverso i tubi, l`Autorità per l`Energia ha spinto gli operatori - anche attraverso tariffe incentivate- a realizzare nuove progetti di rigassificatori. Con la recessione, solo tre della dozzina di impianti allo studio solo cinque o sei anni fa potranno arrivare in porto: Livorno, Gioia Tauro e Porto Empedocle (Brindisi è bloccato da un lungo contenzioso). Solo in questo modo, l`Italia potrà accedere al mercato del gas cosiddetto "spot" che viene venduto a prezzi più bassi rispetto a quello che arriva attraverso i tubi, grazie ai quali i produttori si avvantaggiano attraverso contratti più onerosi di lungo periodo.

mercoledì 1 febbraio 2012

La protesta contro il gasdotto Trans-Amazzonico


Il progetto del gigantesco gasdotto trans-amazzonico: Accresce il Salto verso l'Abisso!



da: Red Alerta Petrolera-Orinoco Oilwatch
Nel precedente comunicato della "Red Alerta Petrolera" intitolato "Il Piano Strategico della nuova PDVSA: Un nuovo Salto verso l'Abisso" (www.amigransa.blogia.com) di agosto passato, si analizzarono i mega-progetti in materia di idrocarburi che, sotto un Piano col confondente termine pubblicitario "semina petrolifera", vigente fino al 2012, il governo di Hugo Chávez ha intrapreso, col concorso di un diverso e nutrito insieme di avide imprese petrolifere transnazionali ed internazionali, che includono dalla Chevron-Texaco fino a Petrochina e Petrobras. I suddetti progetti pretendono di eseguire una massiccia estrazione petrolifera e gassosa praticamente in tutto il territorio nazionale, in terra e mare, ed anche di costruzione di nuove raffinerie ed installazioni petrolchimiche, oleodotti e gasdotti in lungo e in largo per il paese, col sogno di trasformare il Venezuela ne "la prima potenza di petrolio e gas del mondo." Il comunicato allertava sulle gravi implicazioni ecologiche che tali progetti potrebbero avere per Venezuela ed il pianeta - impatto olimpicamente disprezzato dai formulanti del Piano - . Si esigeva egualmente la paralizzazione del Piano, fino a che non ci fosse un dibattito e una consultazione nazionale sulle sue serie implicazioni. Alla luce di quanto detto, osserviamo ora con stupore, come il governo del Venezuela, con un autismo e prepotenza che sta lasciando già molto indietro l'apertura petrolifera del governo di Caldera, che in più opportunità abbiamo combattuto perché considerata lesiva ai più alti interessi nazionali, torna un'altra volta attualmente a compromettere il futuro del paese con un altro nuovo faraonico progetto che neanche venne nominato nel "piano di semina petrolifera" - in una "creatività" incessante per mantenere in bilico chiunque: quello di un gigantesco gasdotto di 8.000 km che avrebbe inizio a Caracas e finirebbe a Buenos Aires, attraversando aree tanto delicate ecologicamente ed importanti come le "humedales" orientali e il patrimonio dell'umanità dichiarata dall'Unesco: la Gran Savana in Venezuela, così come il cuore dell'Amazzonia in Brasile; col fine di fornire di gas venezuelano i paesi come Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Cile. Il costo di progetto è stato calcolato in circa 20.000 milioni di dollari, permettendo di erigere un'opera "alla pari" dell'odierno controverso gasdotto Russia-Europa, il più grande del mondo.
Ciò di cui non si parla sufficientemente nella frenetica corsa di consultazioni e pre-accordi che si è lanciato per "accaparrarsi l'Opera", attizzata da ogni tipo di chiare o meno chiare pretese geopolitiche, è degli altri costi - oltre a quello monetario - che avrebbe la faraonica infrastruttura per il futuro della vita nel continente ed il pianeta, in considerazione di tutto ciò che la gigantesca tubatura implicherebbe. Il Piano di attraversare l'Amazzonia, già dovrebbe infiammare tutti gli animi della gente preoccupata per l'ecosistema e questo importante polmone della vita nel pianeta che è la selva tropicale amazzonica, oltre ad essere il focolare dell'incalcolabile valore delle culture aborigene ancestrali. La zona ha avuto già una tragica esperienza con l'industria gassosa ed un gasdotto tristemente celebre: il gasdotto di Camisea, che si è proposto di portare gas amazzonico fino al pacifico peruviano. La menzionata tubatura, anche questa, opera di considerabili proporzioni, nella sua relativa breve vita, ha avuto già quattro grandi spargimenti di gas liquido, i quali hanno causato tanti danni all'ambiente e agli abitanti aborigeni, che l'esperienza è stata già catalogata come uno dei peggiori disastri ambientali che ci sono stati in tutte l'Amazzonia ed uno dei maggiore del mondo. I movimenti indigeni interessati ai lavori, hanno agito energicamente per bloccare l'accesso alla zona da parte degli "invasori gassosi." Inoltre, un'ampia coalizione di importanti gruppi ambientalisti tra i quali Amazon Watch, Oxfam América, Defensa Ambiental, SEEN, il Fondo Mundial para la Vida Salvaje, Amigos de la Tierra e la Alianza Amazónica, così come varie organizzazioni internazionali responsabili, hanno denunciato la situazione. Perfino figure del mondo dello spettacolo come Rubén Blades e Bianca Jagger (quest'ultima recentemente premiata col Premio Nobel Alternativo) si sono sommati alla protesta.
Ma è tanto il gas naturale, come le tubature che lo trasportano che comportano seri rischi per l'ambiente e gli esseri umani. Nozione che sembra essere completamente assente dai giganti piani di fornitura del governo di Chavez, che si incentrano molto bene in slogan come... "200 anni di gas venezuelano per tutto il Sud-america" (agli Stati Uniti le è stato offerto un po' meno: ... "150 anni '') o l'attraente offerta..."il Brasile inghiotte molto ma noi possiamo dargli tutto il gas che necessita" (quest'ultimo, recentemente lanciato dal Capo di Stato venezuelano nell'anticamera della, supposta, rubrica del gasdotto, nel recente vertice Chávez-Lula-Kirchner a Brasilia, una frase piena di uno sviluppo economico tanto incontenibile che potrebbe competere bene con il più rancido e primitivo liberismo neoliberale).


La domanda obbligatoria è: In nome di chi o per conto di che cosa, si immola letteralmente in vene aperte il Venezuela per secoli, con tutto il danno all'ambiente e tutto il compromesso di sovranità-integrità del paese che con questo penetrerebbe?
Non viene detto alle popolazioni ed al mondo, che il gas naturale che si presenta come un conveniente sostituto del petrolio, per la sua maggiore abbondanza nel sottosuolo e per la maggiore domanda che c'è di questo, per "essere, certamente, un combustibile più pulito nella sua bruciatura che il petrolio" è, per l'altro lato, una fonte di energia che, come idrocarburo come anche il petrolio, causa inquinamento e distruzione e contribuisce al riscaldamento del pianeta e la generazione di disastri climatici che questo causa - con ciò, induttore contemporaneamente, tra le altre cose, dei grandi uragani distruttori e dei devastanti fenomeni piovosi.
Non si dice, nell'attuale propaganda del gasdotto, che nella perforazione per l'estrazione del gas, secondo un opuscolo della stessa industria petrolifera venezuelana PDVSA, vengono presentati "maggiori rischi operazionali" che in caso del petrolio. Non si dice neanche, che il procedimento del gas in installazioni tanto complesse come nelle piante petrolchimiche; il suo trasporto attraverso tubature o navi; e la sua bruciatura come combustibile; sono altrettanto rischiosi per l'ambiente e la salute degli esseri viventi; poiché il gas naturale per se stesso è un pericoloso agente inquinante chimico. L'esposizione degli esseri umani all'inalazione del gas o i sottoprodotti della sua combustione può causare allergie, asma e malattie respiratorie e danneggiare il sistema immunologico. Inoltre, la sua combustione è fonte di composti chimici volatili come il benzene ed il toluene, capaci di produrre cancro; come di diossido di azoto, causante di malattie respiratorie; e monossido di carbonio che diminuisce l'ossigenazione nelle cellule, e può essere causa di severi problemi cardiovascolari-circolatori. Non viene detto tutto quello che la costruzione di una gigantesca e lunga tubatura come questa esposta e la sua complementare fila di piante di compressione, penetrerebbe l'integrità di tutti gli ecosistemi naturali che attraverserebbe; richiedendo una grande deforestazione e rimozione di terra per rendere possibile il suo passaggio, come strade nuove in posti prima vergini al fine di assicurare il permanente mantenimento e vigilanza che l'opera richiederebbe perché siano "scatole di Pandora", facilitando l'accesso incontenibile di orde di predatori come cacciatori e commercianti di legname, così come invasori, agendo su aree prima protette. Non si dice che le tubature degli idrocarburi sono inesorabilmente proclivi all'usura e alla corrosione (quest'ultima particolarmente rilevante nel caso degli ambienti umidi tropicali come nella Guyana-amazzonica). Tutto questo trasformando le tubature, che in più casi porteranno a filtrazioni inquinanti o rotture con spargimenti.
Non viene detto, ancora peggio, che sono vulnerabile alla rapina, al sabotaggio e al terrorismo (i casi dalla storia riguardano: la Colombia, il Nigeria, l'Iraq; per citare suolo alcuni esempi); capaci di scardinare il loro funzionamento o flusso; ed inoltre con avverse conseguenze sull'ecosistema, includendo la possibilità di causare devastanti incendi in un bosco come quello amazzonico.
Persino, non si dice, che i grandi gasdotti sono suscettibili al ricatto o all'intimidazione da parte dei fornitori del gas se questi decidessero di tagliare la somministrazione ai destinatari per qualche conflitto politico (vedi il caso della recente "guerra del gas '' tra Russia ed Ucraina che ugualmente ha "drizzato i capelli" all'Europa perché questa risultò, anche se indirettamente, danneggiata, poiché si trattava dello stesso gasdotto Russia - Europa); e... per caso non dovremmo mettere nella stessa categoria l'incidente di pressione Chávez-Uribe sul progetto di gasdotto trans-guajiro che ci fu a causa della crisi del caso del sequestro del guerrigliero delle FARC Rodrigo Granda? Nonostante tutto, non si dice niente dei, fino ad oggi, tanto irresponsabilmente schivati rischi di "disastri naturali"(come terremoti, uragani, e perfino la minaccia di eruzioni vulcaniche e tsunami); capaci di colpire l'integrità delle tubature di gas e qualsiasi altra installazioni dell'industria degli idrocarburi - così come lo sfruttamento proprio degli idrocarburi, colpendo l'integrità dell'equilibrio geologico-climatico può contribuire, al rovescio, alla generazione di tali "disastri naturali." Questa problematica di possibili disastri naturali è di particolare importanza nel caso di regioni come il nord-oriente e nord-occidente del paese dalle quali si originerebbe eventualmente la fornitura del grande gasdotto; regioni particolarmente proclivi a un tale tipo di contingenze naturali, come l'ha riconosciuto pubblicamente l'agenzia del Governo Venezuelano, Funvisis, a carico del monitoraggio di tale tipo di eventi. Contingenze a sua volta capaci di alterare non suolo le installazioni gassose che pretendono di fornire il gasdotto sud-americano, ma anche tutta l'infrastruttura petrolchimica e l'industria petrolifera del paese. Tutto questo, capace non suolo di causare un gran danno all'ambiente venezuelano e alle sue popolazioni, ma anche di dare colpo all'affidabilità del gasdotto al sud. Non viene detto che ci potrebbero essere altre opzioni per il trasporto del gas, meno compromettenti ed onerose, come il trasporto per nave. E non si dice, in definitiva, che il modello degli idrocarburi (petrolio e gas inclusi), sta terminando la vita nel mondo e che è irresponsabile, pertanto, continuare a parlare di faraonici piani "a 200 anni"; così come è necessario mettersi molto bene a fomentare lo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia con base ecologica, le uniche che possono assicurare una somministrazione di combustibile sicuro, duraturo ed ambientalmente-socialmente-economicamente-politicamente responsabile. Che tra dette fonti rinnovabili, ci sono l'energia solare, del vento, delle maree, il bio - combustibile, le mini dighe di sbarramento, ed il venturo uso dell'idrogeno, tutte fonti che devono essere sviluppate ecologicamente. Nello sviluppo di dette fonti dovrebbe centrarsi una nuova e responsabile integrazione latinoamericana. Non nello sviluppo del petrolio e gas, inquinante ed insostenibile, ai cui effetti, il mondo, ha già conosciuto e sofferto abbastanza, lo stesso sviluppo dei "nuovi piani" di integrazione regionale tipo IIRSA nei quali si va ad inquadrare il suddetto modello di integrazione energetica. Non si enfatizzerà mai troppo, inoltre, che le fonti rinnovabili di energia, a differenza del modello degli idrocarburi che tende a concentrare il potere su un alto grado e generare dipendenza, clientelismo, compera di coscienze, corruzione e minare la democrazia, tendono ad essere inerentemente decentrate e pertanto a disinibire la concentrazione di potere ed a favorire modelli politici più democratici. Per il resto, nessuna calma basata nel modello predatore degli idrocarburi, anche se pretenda di pagare un debito sociale, può essere fidata, ancora di più se genera nuovi debiti sociali ed ambientali. Per tutto ciò, il superare l'alienante egemonia del modello degli idrocarburi e di chi detiene il suo potere, è un compito vitale per garantire democrazie, economie e società sane.
Per quanto detto anteriormente esigiamo:



1. Che gli accelerati piani del mega-gasdotto che si pretende di imporre a questo continente sud-americano, vengano sospesi fino a che non ci sia un dibattito autenticamente informato e democratico nella regione, circa l'egemonico modello degli idrocarburi che si pretende di imporre e "la faccia oscura" nella quale si sostenta il progetto - che irresponsabilmente è stata ignorata o non si è voluta ammettere. (Non si può chiedere un dibattito continentale sull'Alca ed ignorare l'importanza di un dibattito su un tema tanto vitale come questo).



2. In considerazione della gran portata del Progetto, convochiamo ad un'ampia ed urgente mobilitazione internazionale di movimenti sociali, di organizzazioni della società civile, di gruppi indigeni, comunità e popoli, come di organismi internazionali responsabili, al fine di allertare sui gravi rischi del tanto preteso gigantesco Gasdotto Trans-amazzonico; in salvaguardia della vita e l'ambiente, e per questo altro mondo possibile che l'umanità ed il pianeta reclamano. (Caracas, 23 gennaio 2006)


La Red Alerta Petrolera-Orinoco Oilwatch, conseguente con la sua opposizione da molti anni al paradigma egemonico degli idrocarburi, predatore corruttore e generatore di dipendenza, eleva la sua voce di denuncia ed allerta davanti ai piani della nuovo Apertura petrogasífera - dell'attuale governo. Esige un vero dibattito e consultazione nazionale su detti piani. Reitera la necessità di un'immediata moratoria allo sfruttamento degli idrocarburi in zone ambientalmente e socialmente ultra vulnerabili. Reitera l'esigenza di un Progetto di Stato compromesso, risoluto e per la transizione sincera verso una Venezuela Postpetrolifera.
Traduzione a cura del Comitato "La Madrugada"

Notizie e commenti sull'iniziativa "NO" galsi del 30 sera a Cagliari

Di Maurizio Canetto
Ottima affluenza all'evento, diversi interventi di alcuni professionisti durante l'assemblea i quali non solo hanno sensibilizzato con tutte le ragioni possibili ed in maniera eccellente i probabili futuri disastri per di più annunciati, ma anche dimostrando il loro impegno con i fatti svolti dagli stessi, tutto e tutti assieme per un' impeccabile e preciso obbiettivo lasciando un pò da parte quelle che sono attinenze politiche per unirsi in una battaglia che ci coinvolge tutti ( sono consapevole che una o più figure politiche sono indispensabili per aumentare le probabilità di una vittoria ) solo un'innoquo 1% contro il resto vantando le virtù del galsì ma vigurarì... promuovere ancora la proiezione del filmato abbastanza breve, divulgandolo, possibilmente arricchito da simulazioni di devastazione dunque conseguenze drammatiche riguardanti fiumi, strade, disagi e quant'altro ( e se ne è parlato molto... ) i progressi evidenti nel veder crescere il numero di persone interessate a questo problema mi rallegra, si deve crescere ancora ininterrottamente affinchè si eviti questo scempio che cancellerà per sempre non solo la nostra identità rendendo la Sardegna una piattaforma al servizio delle multinazionali usandoci, sfruttandoci ed umiliandoci in casa nostra come fossimo... fate voi. Grazie a tutti per il lavoro svolto, mai fermarsi. Forza No galsi.

Grave lutto a Portotorres